Islamofobia: cos’è, perché è molto pericolosa
Chi, come me, è nato in Occidente, potrebbe aver maturato la convinzione che i valori occidentali siano i migliori e che tutto il resto del mondo debba adattarsi ad essi, per non ritenersi arretrato, non civilizzato. Eppure, è solo una questione di punti di vista. Chi nasce in una famiglia mista, o la crea, chi è di seconda generazione, chi viaggia con consapevolezza, sa che dietro milioni di stereotiopi, e convinzioni, c’è molto altro. Come la paura dei musulmani.
Attraverso questo articolo, cercherò di raccontare, con parole semplici, cos’è l’islamofobia. E perché è pericolosa e violenta, come la paura che striscia nelle menti delle persone, creando divisione.
Secondo il vocabolario Treccani:

Tale parola, islamofobia, è stata coniata nel 1923 da Stanley A. Cook nell’articolo The History of Religions, a sua volta pubblicato nel Journal of Theological Studies. Islamofobia è, ancora nel 1925, indicata come infondata ostilità nei confronti dei musulmani, secondo Etienne Dinet, pittore orientalista, e Slima Ben Ibrahim, saggista algerino. Sembra che, inizialmente, questo termine avesse un connotato differente, ossia intendesse evidenziare diffidenza, paura dell’Islam da parte dei musulmani stessi, ma modernisti. A fare un excursus riguardo l’evoluzione dell’islamofobia ci ha pensato Osmed, Osservatorio sul Mediterraneo, pertanto non mi dilungo e vi rimando al loro articolo Islamofobia: il fenomeno e le sfide in Occidente scritto da Shirin Zakeri, preziosa risorsa.
Incremento dell’islamofobia
In seguito a quanto accaduto a New York l’11 settembre 2001, ed eventi successivi, l’islamofobia ha avuto una rimonta incredibile. Le conseguenze di tutto questo sono state: odio, apartheid – ossia discriminazione razziale – quindi razzismo, violenza nei confronti dei musulmani oppure indifferenza dinanzi alle ingiustizie che subiscono, solo per dirne alcune. Senza distinzione di uomini, donne, giovani, bambini.
Persino noi viaggiatori (non tutti, sia chiaro), non musulmani, amiamo visitare i paesi del Medio Oriente, sfoggiare fotografie di bellissimi paesaggi esotici ed incredibili architetture islamiche sui nostri canali social, a volte anche nelle mostre, ma poi diventiamo rigidi dinanzi a tutto ciò che riguarda l’Islam e l’umano. E siamo poco, o per niente, disposti ad interagire, profondamente, con i musulmani. In sintesi, ci piace fare un viaggio esotico, scattare delle belle foto con i nostri smartphone super performanti, attrattive per chi le guarda, magari farci ospitare per una cena da una famiglia local, ma tutto si ferma lì. Mi sbaglio? Ne sarei felice. 🙂
Qualcuno ha diviso il mondo tra buoni (noi) e cattivi (loro). E noi buoni abbiamo retto il gioco anche semplicemente restando rigidi, tenendo le distanze. E questo, dall’altra parte, fa sentire dolore.
Quali parole/immagini ti vengono in mente se pensi ai termini: Islam, musulmano, velo?
Non voglio conoscere la risposta, che è solo tua. Se vuoi, chiediti, qualsiasi cosa evochino tali termini, da cosa deriva quello che pensi. Dai mass media? Da esperienza diretta e continua? Oppure da una sola esperienza negativa? Da dicerie?

Credit Mhrezaa, Unsplash
Può un pezzo di stoffa in testa spaventare così tanto? Oppure dipende da chi lo indossa?
Nonostante il velo, ed il soggolo (la fascia, o benda, che passa sotto il mento e avvolge collo e viso), delle suore cattoliche siano socialmente accettati, solo per fare un esempio, etichettiamo le hijabi, donne musulmane che indossano l’hijab, il velo, come sottomesse. Molte persone non solo non conoscono nemmeno la differenza tra hijab e burka, ma accomunano tutti i paesi musulmani tra loro, credendo che siano tutti uguali.
Non capiamo, non vogliamo approfondire, e giudichiamo solo perché i beauty standard occidentali non vengono rispettati. Magari, poi, indossiamo la balaclava – il passamontagna rivisitato in forma chic – se la moda ce lo impone. Non solo le donne velate sono ritenute sottomesse, ma gli uomini musulmani (anche loro hanno un dress code) vengono, anch’essi erroneamente, etichettati come maschilisti, violenti, possessivi, eccetera. Ma quanto conosciamo questi esseri umani che giudichiamo, quanto sappiamo del tessuto culturale in cui sono cresciuti e vivono (molti sono italiani, convertiti da famiglie cattoliche…)?
Se indossare il velo è una pratica spirituale degna di rispetto, è superficiale etichettare gli esseri umani, soprattutto in base a stereotipi, pregiudizi, paure, ignoranza (nostra).
Consigli musicali non richiesti:
Mona Haydar, Hijabi (wrap my hijab)
Perché l’Islamofobia è pericolosa?
L’Islamofobia produce, a sua volta, anche una vasta gamma di sentimenti negativi che ci tengono a distanza dagli altri. Ed inducono a precludere la conoscenza di un mondo, l’Islam, che, invece, è pace, accoglienza, rispetto reciproco, amore. Perché è questo che, spegnendo la televisione e viaggiando per il mondo, o semplicemente aprendo la porta di casa in Salento, ho appreso dai miei fratelli e sorelle musulmani come indiani, palestinesi, pakistani, turchi, marocchini. E continuo a riscoprire, da anni, studiando il Corano con la dovuta attenzione e rispetto. (Anche se, per essere precisi, si dovrebbe studiare in arabo. Dopotutto le traduzioni, in generale, alterano). La distanza, la diffidenza e la paura, invece, alimentano isolamento, sentimenti negativi, violenza, discriminazione, pregiudizio, distruzione. Il mondo non ha bisogno di questo.
Una curiosità importante:
Lo sapevi che Allah significa Dio? Dal dizionario online Collins:
Allah is the name of God in Islam
Un’ultima risorsa:
Islamofobia in Europa e in Italia
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Conclusioni
Se la pace inizia da noi stessi, è importante vivere un processo che vede lasciar cadere etichette e pregiudizi. E conoscere l’altro a mente aperta e libera. Per costruire, nel nostro piccolo, il mondo di pace che vorremmo, creando ponti, amando le differenze e dando loro il giusto valore. Con sensibilità ed impegno.
Salam!







