Tangeri al cinema: Le Cose non Dette di Muccino

Tangeri
Tangeri, credit Raul Cacho Oses, Unsplash

 

Tangeri è una città marocchina, punto di congiunzione tra il mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, nota per essere stata scelta da scrittori, pittori, artisti, poeti come punto di approdo per vivere, trovare l’ispirazione, stimolare la creatività, incontrarsi, stare. Tangeri non è mai stata una città neutra. È una soglia. Un luogo di passaggio, di attesa, di arrivi e partenze. Una città che ha sempre vissuto nella tensione tra dentro e fuori, tra chi resta e chi se ne va. Forse è anche per questo che ha attratto così tanti artisti occidentali: perché permette di sentirsi altrove senza essere completamente stranieri.

Tangeri sul grande schermo

Tangeri, insieme ad Asilah in alcune scene, è stata anche il set dell’ultimo film di Gabriele Muccino, Le Cose Non Dette, con un cast eccellente: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo.
Da ragazzina ho amato Come Te Nessuno Mai e L’Ultimo Bacio, poi di Muccino ho guardato, credo, tutti i suoi film. Stimo molto attori come Accorsi e Santamaria e attrici come Crescentini e Leone. Amo il Marocco e l’idea di rivederlo sul grande schermo -sono appena tornata dall’ennesimo viaggio in Maghreb-  mi elettrizzava, così ho deciso di regalarmi il biglietto per vedere il film, di sabato pomeriggio. Mi piace andare al cinema da sola e sprofondare nella poltroncina rossa del cinema vicino casa, mi rilassa.
Piena di entusiasmo, dopo un caffè con un’amica e un giro in libreria insieme, mi sono avviata in sala.
Per poi uscire dal cinema angosciata e perplessa.

Tangeri

Tangeri, credit Linda Gerbec, Unsplash

Il film non mi ha convinta, ma non è di questo che voglio parlare: non sono una critica cinematografica. Voglio scrivere di Tangeri e del Marocco nel film, un Paese che frequento e conosco, nel mio piccolo, da sette anni.

Alcune riflessioni

A mio avviso, lo sguardo di Muccino resta coloniale. Anche se nel film Gabriele Muccino prova a “delegare” quel colonialismo a una delle protagoniste, il problema è più profondo e non necessariamente suo. Il nostro sguardo occidentale è, infatti, talmente abituato a vedere così che diventa naturale, quasi automatico. Determinati luoghi vengono guardati dall’alto in basso, come se dovessero ancora svilupparsi. O vengono presi come sfondo per i nostri conflitti interiori. Nel film, il disagio, la crisi e la violenza emotiva dei personaggi non nascono a Tangeri, ma vi vengono semplicemente appoggiati, come se la città potesse assorbirli e renderli più credibili.

Decolonizzare il punto di vista

Per decolonizzare lo sguardo è necessario volerlo davvero, frequentare altri popoli. Non come l’occidentale che va a vedere, a prendere ciò che gli serve -che sia sfondo fotografico, divertimento o altro- ma come un essere umano che vuole conoscere altro e spogliarsi del superfluo: esattamente ciò che fa un viaggiatore consapevole. La storia è ambientata a Tangeri, che rimane soprattutto uno sfondo. La città e la popolazione non entrano davvero in relazione con i personaggi, restituendo uno sguardo distante. Lo stesso accade a numerosi turisti…
Tangeri appare come un luogo esotico, pericoloso per lo sguardo occidentale. Qui semplicemente accadono delle vicende.
Ci sta, non è un film sul Marocco. Il problema nasce quando lo sfondo parla e lancia un messaggio.
Alcuni comportamenti dei protagonisti (senza fare spoiler) e dettagli narrativi offrono un’immagine non aderente alla realtà del contesto, come se il Paese fosse raccontato più per suggestioni e stereotipi che per esperienza diretta.

(Alcuni dettagli apparentemente innocui, che non tutti noteranno perché non conoscono il contesto: hotel di lusso senza aria condizionata e un ventilatore con le pale al soffitto. Scene in cui vengono mostrati gli animali usati per i turisti, come se non ci fosse molto di più). Sono sfumature, certo, se vogliamo chiamiamole pure licenze d’autore, ma in un momento storico in cui regnano la superficialità, l’oscurità, la mancanza di comprensione, non solo del testo, ma del contesto, contano molto.

Riguardo le interpretazioni non ho assolutamente nulla da dire con un cast di quel calibro, ho preferito su tutti Claudio Santamaria.
Ho apprezzato i costumi, curati da Angelica Russo, che ho trovato rispettosi del Paese musulmano in cui il film è stato girato. A parte l’adhan, il canto del muezzin, questo non emerge mai.
La colonna sonora, composta da Paolo Buonvino, è stupenda. Mahmood la chiude con i titoli di coda.

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Conclusioni

Riconosco la bravura e professionalità del regista, ma questo tipo di dramma non mi risuona più. Anzi mi annoia. Questa è questione di gusti e sensibilità personale. Il Marocco che vedo nel film non mi affascina, perché quello che conosco è fatto di relazioni, di codici, di premure. È un Paese moderno e antico insieme, non perfetto, ma estremamente concreto. Non è uno schermo su cui proiettare inquietudini occidentali. È un Paese che chiede rispetto, ascolto e tempo.
Soprattutto i protagonisti rappresentano quello sguardo che, quando sono in Marocco, tendo a evitare.
Preferisco, invece, il contatto autentico e il tempo condiviso con la gente del posto. Magari davanti a un buon tè alla menta.

Hai visto il film? Ti è piaciuto?

Ti aspetto anche su instagram @sarainmoroccoland

Alla prossima puntata con DrinkFromLife,

Sara

Sara

Anima vagabonda, amo aggirarmi nelle medine arabe, nei templi indiani, nei borghi salentini o deserti sperduti nel mondo a sentimento, collegata con la Terra e il Cuore. Mi trovi anche sul progetto Sahara View Tours.

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