Shock culturale – come, dove, quando e perché

Non importa quanto hai viaggiato, ci sono luoghi nel globo in cui sperimenterai sulla tua pelle e nel tuo essere lo shock culturale. Esso ti prenderà alle spalle e sconvolgerà. Se non hai ancora idea di cosa sto parlando, questo famigerato shock ha a che fare con lo sconosciuto, la differenza, lo stupore, la meraviglia, lo sgomento che si possono provare in un luogo diverso da quello in cui si nasce.

Sei una straniera, o uno straniero, in un paese di cui non conosci la geografia e, forse, nemmeno la lingua. Non riesci a decodificare i simboli, non ti ritrovi nei comportamenti delle persone. Perdi tutti i tuoi punti di riferimento e capisci cosa vuol dire sentirsi disorientati. È un po’ come essere ubriachi!

Foto di Ashes Sitoula

Cos’è lo shock culturale?

Lo shock culturale è una sorta di gigantesco effetto sorpresa, perdita di punti di riferimento, nostalgia di casa che ti assale quando si vive, per un periodo lungo in un paese straniero. Sembra che questa definizione sia abbastanza moderna, è stata coniata, infatti, nel 1951 da un’antropologa americana che si chiama Cora DuBois.

Inoltre, un collega della DuBois, un certo Kalervo Oberg, affermò che il culture shock si poteva estendere ad altre categorie, oltre agli antropologi. Come a chi viaggia e chi si trasferisce, per lavoro, all’estero.

Le fasi dello shock culturale

Oberg individuò almeno 4 fasi dello shock culturale.

  1. Luna di miele. È la fase romantica del viaggio, quella che ti fa guardare alla nuova realtà con gli occhi a cuoricino.  La fase di innamoramento, quando tutto è ovattato e bellissimo. Va dalle 2 settimane ai 6 mesi.
  2. Crisi. Subentrano lo smarrimento e il disagio man mano che l’innamoramento si attenua, ci si scontra con le prime difficoltà socio – culturali. A volte si diventa aggressivi davanti a ciò che non si capisce o su cui non si ha autorità. Questa fase mi fa pensare alle scene viste in India, quando gli occidentali inveiscono esageratamente contro i rickshaw driver o reagiscono in modo plateale in alcune circostanze.
  3. Recupero. Si inizia a metabolizzare il nuovo contesto, il senso di smarrimento si attenua. Si reagisce con positività di fronte alle sfide e agli ostacoli, si tende a sdrammatizzare. Ci si sente fieri delle proprie origini e, perché no, anche un po’ superiori alla nuova cultura.
  4. Adattamento e accettazione. Accade quando, finalmente, ci si ambienta al luogo, agli usi e costumi. Si instaurano rapporti autentici con le persone. Non è più infatuazione, non più un rapporto di amore – odio ma diventa storia d’amore stabile con il paese ospitante. 🙂

Matteo durante i mesi a Varanasi, foto di Lisselotte Alvarez, scrittrice e viaggiatrice cilena.

Shock culturale: quelle volte in India

La prima volta che volevo andare in India, raggiungendo una coppia di amici, volevo atterrare a Bombay. Ma loro mi vietarono teneramente di farlo, suggerendomi di raggiungerli a Goa, in modo che lo shock culturale fosse meno violento. Dopo una decina di giorni, il mio corpo si era abituato al fuso orario e i ritmi stabilizzati, mi spostai. Volevo vedere quella che sentivo chiamare, dai viaggiatori esperti, la vera India.

E così passai dalle spiagge tropicali di Goa, dove prendevo il sole con il mitico drink in mano – sogno realizzato – al traffico di Mysore, e lì non vedevo altri occidentali per strada. La gente, soprattutto uomini, mi fissava per la mia pelle bianca. Mi sembra ancora di ricordare il volto di uno di loro, ipnotizzato dal mio aspetto. Lo stesso durante il viaggio su un bus molto affollato e sgangherato, con le porte aperte, verso Tiruvannamalai, dove c’è Arunachala, la Montagna Sacra a Shiva.

Eravamo in tre su un sedile per due e il mio vicino mi fissò per tutto il tempo a bocca aperta. Il bigliettaio, poco prima, aveva cercato di approfittare dell’onda shock culturale per far pagare anche il biglietto allo zaino. Avrebbe potuto essere convincente, se non fosse che una salentina, cresciuta in determinate realtà che non sto a raccontare, difficilmente la freghi. Certi personaggi me li mangio in un boccone. Non sto scherzando. 🙂

Foto di Matteo Benegiamo, quello ritratto nella foto con il serpente. 🙂

In generale, in India, lo shock culturale mi prende sempre. Anche se per me è casa,  mi riconosco in tutte le fasi. Appena arrivo a destinazione sono super felice e non vorrei stare altrove. Sorrido al mondo e assaggerei qualsiasi cosa. Poi inizio ad odiare tutti e il cibo indiano mi fa venire la nausea solo a guardarlo. E di solito, in questa fase, mi becco pure qualche malore (a parte il primo viaggio, in cui non ho avuto nulla). Successivamente mi acquieto e divento ironica. Talvolta mi ritrovo, a tavola con altri italiani conosciuti in viaggio, a descrivere le pietanze italiane. Meglio se tra di noi c’è un cuoco, così illustra ancora meglio i piatti. Penso ai miei amici e familiari a casa ma nello stesso tempo mi sento tranquilla. E poi, alla fine, non me ne vorrei più tornare a casa perché mi sono ambientata totalmente.

Per questo quando la gente mi dice di voler andare in India, o in Asia, o in posti lontani, per 10 giorni storco il naso. Non si ha nemmeno il tempo di avvertire, metabolizzare, stabilizzare ed esaurire lo shock culturale. Si ha solo un’istantanea del posto, non si fa nemmeno in tempo a sentire l’odore. Diverso è per l’Europa, ma nemmeno tanto.

Ho dei ricordi molto piacevoli, e probabilmente alterati, dei luoghi che ho visitato al volo. Dove sono stata di più ho visto anche l’altra faccia della medaglia, e quindi la realtà. Tutto, comunque, dipende da cosa si cerca. Non siamo tutti uguali e non ci sono promossi e bocciati. 🙂

In Germania – il re degli shock

Sembrerà strano ma ho avuto lo shock culturale più forte in Germania, dove sono stata un paio di mesi lo scorso anno, a Karlsruhe. Ho trovato la Germania, l’esatto opposto dell’India. Se la seconda è istinto allo stato puro, disordine, colori, aromi, anarchia la prima è razionalità, ordine, grigio delle città e verde dei boschi, controllo, ordine, polizia, ancora ordine e ancora polizia.

Ricordo i mesi in Germania tra i più tosti della mia vita, ho trovato un’ostilità che non credevo. La gente che incontravo si arrabbiava perché parlavo inglese e non in tedesco (nonostante parlassero tutti benissimo inglese) e più di una volta mi sono sentita umiliata. Dopo lo shock iniziale (a Lecce non ho mai sentito qualcuno rimproverare uno straniero perché non parla italiano) ho provato a lanciarmi nella lingua e a dire qualche parola.

Mi ero stancata di sentirmi una disperata, in qualche modo volevo e dovevo reagire e l’ho fatto. Ho iniziato a muovermi da sola e, al supermercato, mi aiutavo con google traduttore, per non dipendere da nessuno. Ben presto avevo i miei posticini deliziosi nei quali rilassarmi, un amico italiano con il quale bere il caffè, il Cat Cafè dove fare le coccole ai gatti, i miei piccoli grandi punti di riferimento, insomma.

Non voglio fare delle generalizzazioni, questa è la mia esperienza e non la verità assoluta, sarei ben felice di cambiare idea in futuro.

Tuttavia… Ho incontrato delle persone calorose, caso vuole che fossero viaggiatori. Una volta, mi trovavo in una libreria a curiosare tra gli scaffali del settore olistico e una ragazza tedesca mi ha sorriso. Ho ricambiato e, dopo un po’, mi ha fermata. Sapeva chi fossi! Abbiamo un’amica in comune, una ballerina colombiana che vive a Friburgo, per lei una collega, per me una compagna del corso di yoga a Rishikesh.

Friede mi aveva riconosciuta da una foto! 🙂

Dopo poco ero a casa sua, al caldo, a sorseggiare una tisana e mangiare biscottini, con i suoi sorridenti coinquilini. Quello è stato un bel momento e ho ricevuto tanto calore umano. Probabilmente ero nella fase del recupero dello shock culturale ma non sono mai arrivata all’adattamento. Forse, se fossi rimasta di più, sarebbe accaduto ma a quel punto dovevo scegliere di andare in Austria o tornare a casa in Salento e sono rotolata a sud.

India e Germania a confronto

Se l’India è, nel mio immaginario, uno stato dell’essere la Germania è uno stato mentale. Sia l’una che l’altra hanno i loro pregi ma un aspetto in comune è il problem solving. In India i problemi si risolvono in modo artistico, creativo e anche, se vogliamo arronzone come si dice al sud. In Germania ho appreso il concetto amplificato di precisione, i tedeschi hanno delle soluzioni a tutto, sono organizzati e per niente arronzoni.

Foto di Matteo Benegiamo

In India gli imprevisti sono all’ordine del giorno, ho imparato a non arrabbiarmi ed accedere al mio canale intuitivo per risolvere le cose, alla creatività. Quel canale rappresentato così bene nel film L’Uomo che Vide l’Infinito diretto da Matt Brown e che narra la storia vera del matematico Srinivasa Ramanujan.

Quando il canale creativo non basta allora mi ricordo della Germania e mi appello alla parte razionale. La mia casetta è arredata con stoffe colorate e soprammobili – statuette di divinità indiane ma ho montato le tende seguendo la tecnica super veloce e pratica di una ragazza tedesca e senza usare il trapano.

Shock culturale al contrario

Mi succede ogni volta che torno dall’India, lo shock culturale più forte che avverto è quello al contrario. Dopo aver vissuto, almeno una volta all’anno quando va bene (oppure ogni due anni quando va male) in India, per me è un trauma l’arrivo in Italia.  Accade già dai primi momenti all’aeroporto. Lascio una terra che per me è casa adottiva in lacrime e torno nella mia vera casa ma quello che vedo all’arrivo è grigio, serietà, indifferenza.

La facce delle persone sono serie e i vestiti vanno dal nero al grigio al marrone scuro, sembrano delle divise. Salta all’occhio l’omologazione. La gente, in generale, è incentrata su se stessa, lo sguardo chino sul cellulare. Non c’è contatto visivo. Se cammino per strada da sola, sono sola. Nessuno mi saluta o mi chiede come sto (ah si, una persona mi ha salutata l’altra sera, era un cinese 🙂 )

A meno che non stia camminando per i vicoli di un centro storico del sud di domenica mattina, per le strade non sento aromi e profumi di cibo. Per strada niente mucche, scimmie, elefanti, baracchini di chai, camion eccessivamente carichi di paglia, o chissà cosa. Nessuno strombazza il clacson al punto da farti impazzire prima e ridere poi. Beh, a meno che l’Italia non abbia vinto ai mondiali.

Foto di Matteo Benegiamo

Certamente fa piacere poi ritrovare le comodità perdute nei mesi precedenti, il buon cibo, i propri cari ma quello che racconto è il primissimo impatto. Sono tornata in Italia da mesi eppure una parte di me ancora non si abitua, tanto che trascorro diverse notti a cercare voli convenienti su Momondo. Sarà per questo che alcuni mi chiamano l’indiana? Scherzi a parte sono felice di trascorrere alcuni mesi in Italia e altri in India, e vedere altri posti nel mezzo. 🙂

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Hai mai vissuto uno shock culturale? Dove ti trovavi e come lo hai superato? Se lo hai superato. 🙂

A presto!

xxx

Sara

 

 

 

 

Sara

Una zingarella vegetariana a spasso per il mondo

16 Risposte

  1. Stamping the world ha detto:

    ma sai che anche io ho scritto un articolo simile? ahah abbiamo le stesse idee! io l’ho fatto sul sud est asitico! 🙂

  2. Tessy ha detto:

    Non ho viaggiato moltissimo per cui per ora non mi è mai capitato, chissà se succederà prima o poi

  3. Vagabondele ha detto:

    Mi son persa di cuore nel tuo articolo, che mi ha fatto riflettere, mi ha spinto a farmi delle domande e allo stesso tempo devo riconoscere che no… non l’ho mai vissuto.. ma forse non sono rimasta a lungo in un luogo tanto da poterlo provare.

  4. sabrina barbante ha detto:

    Tutti gli anni che sono stata volontaria di Intercultura, parlare di shock culturale era l’abc della formazione che facevamo ai giovani studenti in partenza per destinazioni lontane e sconosciute. I punti che indichi sono molto delicati ed effettivamente è importante viverli tutti fino in fondo, anche le fasi di più profonda crisi.

    • Sara ha detto:

      Senza dubbio sarà stata un’esperienza importante nel tuo bagaglio. Molto importante dare una formazione in questo senso e preparare gli studenti al cambio. A volte lo shock culturale può condizionare la vita in modo forte.

  5. Clara Nubile ha detto:

    Che meraviglia le foto di Matteo!
    Ecco, per me, shock culturale è stato arrivare a Lahore, in Pakistan, dopo la mezzanotte in aeroporto, arrivando da Bangkok. Non scorderò mai quando sono sbucata fuori dall’aeroporto e di fronte a me ho visto un muro sconfinato di uomini, c’erano solo uomini. Ho subito capito che non era il solito posto (intendo il solito posto del Subcontinente indiano, che è così familiare per me). Mi sono sentita smarrita, lo confesso, e ho cercato disperatamente con gli occhi la persona che doveva venire a prendermi, l’unica altra donna di tutta quella marea maschile. Arrivata al campus universitario, poi, il gentile cuoco pachistano che mi attendeva per cena (ma ore prima, ah, i voli!), mi ha consegnato un grosso lucchetto, dicendomi, quando vai a dormire, mettilo alla porta della camera, da dentro, e chiuditi bene!
    A Bombay non chiudevo mai a chiave la porta, per non parlare di Bangkok… e per tutto il mio breve soggiorno a Lahore – che è una città bellissima, e i pachistani sono straordinaria, immagina l’ospitalità indiana moltiplicata a mille – non sono mai uscita da sola, sono stata scortata ovunque. Anche per strada e nei bazaar soprattutto e quasi sempre solo uomini…
    Però, nonostante la sensazione di essere davvero *lontana* e non solo fisicamente, ci tornerei a Lahore. Il mio è stato un viaggio di lavoro, e improvviso, perciò non so come sarebbe stato se mi fossi “preparata” mentalmente. Poi, ero completamente sola.
    Tornata a Bangkok, dov’ero comunque da sola, ho provato la sensazione familiare di essere a casa.
    Buona domenica e come sempre, grazie, per gli spunti di riflessione

  6. Raffaele Dipace ha detto:

    strano effetto è lo shock culturale, ma particolarmente gratificante è la sensazione di cominciare a capire e comprendere il luogo che stai visitando.

    • Sara ha detto:

      Già, hai detto bene: “Cominciare a capire”. Credo che, pur vivendoci a lungo, sia difficile carpire fino in fondo l’essenza di un luogo in cui non siamo nati. E questo fa anche parte del fascino.

  7. Gia ha detto:

    a me è accaduto in India, ho davvero fatto fatica ad abituarmi…da quella volta ogni partenza mi mette un po’ di ansia in realtà.

  8. Raffi ha detto:

    Che bello questo post. Mi hai fatto riflettere su un sacco di cose. E sullo shock culturale che ho provato io, nata e cresciuta a Milano, quando mi sono trasferita a Bergamo per amore. Non ci crederai ma ho provato le stesse sensazioni che racconti.

    • Sara ha detto:

      Se lo dici ti credo. 🙂 A me è successo qualcosa di simile quando ho vissuto per 5 anni in un paesino a 20 chilometri dalla mia città. Un altro mondo! 🙂

  9. Katarzyna ha detto:

    So benissimo cos’è lo shock culturale 🙂 Sono straniera e vivo in Italia da circa 9 anni. Gli inizi erano molto difficili ed abituarsi alle nuove regole, cultura letteralmente diversa dalla mia a volte è stato difficile, ma oggi già mi sento “a casa” anche qui.

  10. Deborah ha detto:

    Questo articolo è davvero molto bello!
    Non ho ancora provato questo shock culturale anche perché purtroppo fin’ora non ho potuto spostarmi per più di 15 giorni. Ma ho letto con curiosità ogni parola !
    Amo andare incontro ad ogni posto che visito con curiosità, pronta a scoprire tutto di quel luogo ma il fatto di rimanerci per poco tempo non mi ha mai dato modo di provare questo shock! Al massimo non voglio tornare mai a casa!!!!

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