L’India prima di Instagram (e, per chi lo vuole, anche dopo)

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    A Bombay, vicino la Porta dell'India
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Avevo in mente un altro tipo di post per oggi, volevo raccontare un altro angolino di Marrakech, ma ci sarà il momento giusto anche per quello.

Stanotte, mentre scrivevo, la mia mano è stata guidata da altro.

A volte, sento il bisogno di tornare a scrivere come facevo sul vecchio blog Le Due Lune, quello che era una sorta di diario e mi ha permesso di dare voce al mio mondo interiore in modo intimo e gentile.

Grazie a quel blog ho conosciuto persone che sono ancora nella mia vita, due di loro sono tra le mie migliori amiche. Mi manca quel periodo così genuino, ma i tempi cambiano. Il progresso, dicono.

Rifletto, spesso, che i viaggi sono stati molto importanti per la mia formazione, soprattutto quelli in India. Che non è l’India patinata e dalle mille e una notte. Affatto.

Bombay

Quando sono andata in India la prima volta, per un mese, anni fa, non avevo nemmeno la sim locale e per comunicare con la mia famiglia inviavo un sms una volta ogni mille.

Così era davvero come stare in un’altra dimensione e tutto era lontano, ovattato.

Ricordo che chiamai mia nonna da una cabina telefonica situata all’interno di un general store a Goa, gestito da due simpatiche vecchiette indiane, dai nomi portoghesi probabilmente (poi sono tornata, come avevo promesso ad una di loro, ma aveva lasciato il corpo).

Fuori dal negozio c’erano dei banyan immensi e bellissimi, ed io adoravo camminare sotto le loro folte chiome. A pochi passi dal negozietto, uno di quei posticini indiani dove trovi proprio di tutto, c’era un ristorantino di pesce.

Lì andavano i pensionati, oppure i sannyasin che avevano vissuto con Osho ( ha sviluppato delle meditazioni potenti e super efficaci per guardarsi dentro).

La mia Goa

Era un’India privilegiata, quella prima di Instagram. Inoltre, ho avuto la fortuna di vivere una Goa segreta, lontana dalle feste in spiaggia e dai full moon party (che ho schivato più di una volta nei viaggi successivi: non ho più l’età e la voglia).

Mi sono lasciata guidare da amici che in India ci andavano da più di 40 anni e ne hanno trasmesso l’essenza, l’amore.

Al mercato di Candolim, Goa

Tra i miei ricordi, percorrevamo sentierini di terra rossa – che mi facevano pensare al Salento – costeggiando solenni alberi di mango ed antiche villette portoghesi.

(Sognavo di vivere in una di quelle villette, immersa in quei ritmi lenti, tropicali. A scrivere, guardare i fiori, ascoltare il mare. Immersa nell’India).

Candolim
Nella giungla, lungo il sentiero per fare la spesa. L’India sporca e lava.

Ed i frangipani, i gelsomini. Bugainvillea fucsia e gialli. I cani. Palme alte che svettavano al cielo, il fragore delle onde che la notte mi salivano addosso, così sembrava, e non chiudevo occhio fino a tardi, per tanta energia naturale.

(Ho scoperto che Louis Antoine Bougainvillea era un esploratore francese che portò la pianta in Europa, dal Brasile. Sempre ci siamo contaminati, sempre ci contamineremo – nel bene e nel male – perché non si può fermare la forza della vita).

Una delle villette dei miei sogni, a Candolim

Le serate musicali nel giardino di qualcuno che non conoscevo, ma che lanciava un invito al volo, in spiaggia, incrociandosi sul bagnasciuga. Poi apriva le porte di quella sua casa momentanea nelle Indie.

Quelle notti di luna cantavamo tutti insieme vecchie canzoni da ashram, si danzava. Semplici e selvatici.

Non c’era tempo per internet

Al telefono non ci pensavo, lo lasciavo in camera. Quando mi volevo collegare su internet, raramente, entravo in uno scassatissimo internet point, dove c’erano enormi computer polverosi, e la connessione era lentissima, e l’aria condizionata a mille.

Arambol

E allora ti passava la voglia.

Che ci faccio qui al computer quando c’è tanta vita fuori? Ed uscivo. Non c’era tempo per internet, troppa vita da vivere. Ricordo che, a volte, leggevo vita di Pi sul terrazzino della mia camera al primo piano, sulla spiaggia.

Ma il cielo era più attraente anche di un libro che amavo.

Hampi

E poi quel primo bus, scassato e notturno, per Hampi, chi se lo dimentica. Quella cuccetta doppia, vicino l’autista. Gli spifferi ai finestrini, che chiudevo con il nastro adesivo marrone, come mi avevano suggerito i veterani dell’India.

Le soste open toilet, a fare la pipì nel nulla, immersi buio pesto. Gli uomini da una parte e le donne dall’altra, tutte schierate. Le indiane facevano subito, tiravano su il sari.

E poi si ripartiva. Quei baracchini travestiti da autogrill che appena arriva il bus sparano la musica alta, come un baraccone del circo che si mette in moto all’improvviso.

Non trovare le scarpe per scendere dal bus: puntualmente si erano ficcate sotto la cuccetta di qualcuno.

Scene di vita ordinaria, Hampi

Compravo sempre i biscotti le Marie, durante i viaggi notturni. Perché mangiare un thali ad orari improbabili, come facevano gli indiani, sapendo che sarei stata sballottata nel bus, non era il caso.

Tiruvannamalai

Quei chai, i più buoni dell’India, davanti l’ashram di Ramana Maharshi, ai piedi della montagna sacra Arunachala. Le scimmie che litigavano, feroci com l’India stessa, e si mostravano i denti.

I satsang silenziosi con Shiva Shakti, una donnina minuta e gentile.

Mysore

La mia prima città indiana, un caos totale. Che strano essere gli unici occidentali tra le strade. La statua di Nandi, il toro bianco di Shiva, poderosa divinità del pantheon indiano.

(Si dice che i banyan siano gli alberi sacri a Shiva, le loro chiome ricordano i suoi capelli).

Quel tempio sperduto, di cui non ricordo il nome, i piedi nudi. (Addio calzini nei templi, non mi servite più, cammino a piedi nudi come tutti, perché non devo proteggermi da nulla, anzi voglio aprirmi).

No, non c’era tempo per instagram, facebook, per niente. Per le foto fighe. Solo pura vita vissuta attraverso tutti i pori dell’anima. Vita che si insinua tra le pieghe del cuore e delle ossa.

L’India ti fa vedere chi sei

Parlavamo, ieri, con Clara che l’India ti mette davanti a te stessa.

L’India ti fa vedere chi sei, e lo fa senza sconti. Il peggio ed il meglio. L’India può farti impazzire, ed io più di una volta mi sono sentita pazza. Ora, penso, probabilmente lo ero. Follia da occidentale accumulata negli anni e che si è liberata per lasciarmi in pace.

L’India ti pone davanti le tue più grandi ipocrisie. Toglie i veli. Ti schiaffeggia. Per questo quando mi dicono: beata te, che bella l’India sorrido beffarda.

Hampi

Bella, probabilmente, se partecipi solo ad un tour organizzato e dormi in hotel di lusso, con gli inservienti che ti aprono le porte. Ed interagisci con i locali solo per il tempo di un selfie.

O di un’elemosina.

Viaggio dopo viaggio, permette di andare più a fondo. Così è l’India, se la vivi nella sua essenza. È la prova del nove per tutto.

Avrei potuto visitare altre luoghi, in questi anni, ma quello che cercavo era lì.

C’è una strana complicità tra viaggiatori, e viaggiatrici, che hanno attraversato il subcontinente indiano in questo modo, che si sono lasciati vivere e morire e rinascere in esso.

Ci riconosciamo da un guizzo negli occhi, da un’impronta dell’animo che si espande nel volto. La complicità di chi si è gettato nel tritacarne dell’India e ne è uscito così com’è, esattamente vicino a se stesso.

Perché se l’India ti prende a calci, mettendoti di fronte a TUTTO quello che hai dentro, dopo ti accarezza, cosparge unguenti sul cuore, tra le ossa, gli strappi.

Ti abbraccia ed immerge di colori di Holi e spezie di Chai. Dopo un giro sul fumo di un bastoncino di sandalo, bruciato nel tempio, in onore di una delle tante divinità.

Che paese è mai uno che onora divinità dalla testa di elefante o di scimmia, o con il corpo cosparso di blu, o la lingua di fuori.

Dove le persone si salutano avvicinando i palmi delle mani, riconoscendo la divinità dell’altro? Dove l’ospite è Dio?

Un bizzarro, caotico, chiassoso paese delle meraviglie: quelle che hai dentro. Lo spettacolo migliore del mondo.

Decisamente senza l’India, la mia India, non sarei quella che sono adesso: una donna vicina a se stessa.

E quando trovi la vicinanza con te stessa, trovi l’Essenziale, trovi il mondo. E tutto ti ferisce e tutto è grazia. Ma non può essere altrimenti se decidi di vivere senza barriere.

xxx

Sara Chandana

Sara Chandana

Macara vagabonda, ama aggirarsi nelle medine arabe, nei templi indiani, nei borghi salentini o sperduti nel mondo a sentimento, collegata con la Terra e il Cuore.

6 Risposte

  1. Clara ha detto:

    Wow. Che emozione vivere attraverso le tue parole un’altra autentica India. Grazie Sara!

  2. Aura di luna ha detto:

    Che belle sensazioni sai descrivere! Mi piace soprattutto la parte dove dici che l’india ti mette di fronte a te stessa… chi sa mai se capiterà anche a me di andarci e di vivere questa esperienza “senza sconti”.
    Bellissima scrittura poi, la tua, degna di una vera scrittrice. U abbraccio

  3. Roberto ha detto:

    Ci sono stato due volte, ci tornerò a Gennaio. Leggendoti ho rivissuto quelle emozioni che solo l’India ti sa dare. Grazie

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