Elemosina in viaggio: cosa si cela dietro e cosa è meglio fare?

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    Credit Tom Parsons, Unsplash
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Elemosina in viaggio: una questione che ho approfondito soprattutto viaggiando in India per diversi anni. In Italia, quando mi era possibile la facevo. Eppure, in paesi come l’India, è praticamente impossibile andare incontro alle esigenze, e richieste, di tutti. Nemmeno ad essere Paperon De Paperoni!

Durante il primo viaggio in India ero molto angosciata riguardo la questione e non sapevo cosa fare. Così ho osservato cosa facevano i miei amici che ci andavano da quasi mezzo secolo: ignoravano. Ho iniziato a fare lo stesso, nonostante le strette al cuore, ma non potevo fare altrimenti.

Quando qualcuno mi colpiva particolarmente provavo a dare qualcosa da mangiare. Un pacco di biscotti che tenevo in borsa, un pasto caldo dal baracchino. Eppure un’offerta in cibo non sempre viene accettata. Questo perché, spesso, quasi sempre, chi elemosina non lo fa di sua iniziativa.

Elemosina in viaggio: cosa si cela dietro le quinte

Solitamente chi elemosina è vittima di un giro di racket, piccole o grandi organizzazioni criminali che tengono queste persone in stato di schiavitù. In questi casi i malcapitati lavorano – sotto ricatto – per qualcuno che, probabilmente, li sorveglia pure a distanza.

Alla fine della giornata lavorativa, la vittima in questione, dovrá consegnare tutto il suo gruzzolo nelle mani del proprio carceriere.

(E qui apro una piccola parentesi. Le ragazze che spesso appaiono ai cigli della strada, non hanno scelto di fare le prostitute. A volte sono giovani attirate in Europa con la promessa di un lavoro dignitoso ma, una volta arrivate, vengono sequestrati loro i passaporti. Triste realtà. Il ragazzo che cerca di venderti un accendino, o il bracciante che lavora per pochi euro sotto il sole cocente, può anche essere un giovane laureato venuto in Italia per fare la stagione. O, comunque, un essere umano che cerca di mantenersi dignitosamente ma dignità non ne trova).

Secondo la mia esperienza, il mio sentire e le mie informazioni, fare l’elemosina in viaggio non è etico. Aiuta la mente occidentale – si parla di complesso di superiorità dell’uomo bianco – a svuotare velocemente la coscienza, andando poi avanti per la sua strada e senza voltarsi indietro.

É più difficile tirare dritto con l’amaro in bocca.

Credit Patrick Hendry , Unsplash

Quando ero in India per svolgere un’esperienza di volontariato, ho visto un’altra faccia della medaglia ancora. I bambini e le bambine Intoccabili (i reietti della società indiana, gli invisibili), venivano mandati dai loro genitori – adolescenti o comunque giovanissimi – ad elemosinare.

Nonostante queste famiglie fossero state integrate in un programma di recupero sociale che forniva loro un pasto caldo, possibilità di lavarsi, occasioni di apprendere mestieri.

I soldi delle elemosine poi finivano in alcool. Se sei povero, recluso dalla societá che ti fa sentire meno di un animale, magari ti viene la malsana idea di stonarti con l’alcool. Per non sentire la fame, il dolore, le sensazioni scomode. Diventi recidivo e ci vuole del tempo per cambiare forma mentis e stile di vita.

L’alcool può rendere aggressivi, poi quello che si trova in paesi in via di sviluppo non è certamente di ottima qualità, anzi. A pagare sono soprattutto i bambini, vittime di violenze ed abusi. Che fare quindi?

Possibili alternative all’elemosina in viaggio

Invece di fare l’elemosina possiamo provare ad offrire del cibo. Molti accettano, altri no. O fare da ponti tra queste persone e le associazioni/onlus che operano sul territorio in questo campo. In alcuni casi possiamo offrire del vestiario. Un’idea può essere quella di portare nello zaino dei vestiti puliti e in buono stato e poi donarli direttamente.

O ancora, perché non insegnare un mestiere?

Questa è una cosa che con G., compagno di molti viaggi passati, abbiamo fatto spesso. Semplicemente insegnavamo a tessere ojos de dios e mandala d’ispirazione messicana. Spendere del tempo con queste persone, guardandole negli occhi, trasmettere delle conoscenze, magari donare dei materiali per lavorare. Nei momenti difficili è del contatto umano che si ricorderanno, di chi ha creduto in loro.

Anche per questo preferisco i viaggi lunghi, ho il tempo di sondare il territorio, entrare in contatto con l’umanità attraverso le sue diverse forme. Mi piace viaggiare per accrescere la mia consapevolezza, non per prendere. Le esperienze passano, ma la consapevolezza rimane.

Conclusioni

Lascerei l’elemosina come ultima spiaggia, in extremis. Nello stesso tempo non siamo qui per giudicare nessuno ma per confrontarci. Sta alla propria intelligenza, e al proprio cuore, rendersi conto di quanto è il caso di fare delle eccezioni.

Cosa ne pensi dell’elemosina in viaggio? Mi piacerebbe leggere il tuo pensiero nei commenti.

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Alla prossima puntata con drinkfromlife!

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Saar Chandana

Sara Chandana

Macara vagabonda, ama aggirarsi nelle medine arabe, nei templi indiani, nei borghi salentini o sperduti nel mondo a sentimento, collegata con la Terra e il Cuore.

10 Risposte

  1. Giovy Malfiori ha detto:

    Io spesso offro del cibo o lascio l’elemosina solitamente ai musicisti di strada, soprattutto se faccio loro delle foto o registro la loro musica col cellulare. Mi sembra doveroso.

  2. Annalisa ha detto:

    Articolo molto interessante, è una domanda che mi sono posta sempre anche io se l’elemosina libera più le nostre coscienze o aiuta loro….

  3. Raffi ha detto:

    Ogni volta che leggo i tuoi post mi trovo a riflettere su temi davvero forti ed emozionanti. Il rischio è di dire e scrivere delle cose banali. Mi si stringe il cuore quando a chiedere i soldi sono i bambini, in qualsiasi parte del mondo mi trovi. A volte mi chiedo se non sia il caso di toglierli dalla strada e portarli in una struttura che dia loro una prospettiva di vita migliore. Sono combattuta perchè questo spesso vuol dire toglierli ai genitori, allontanarli dalle loro famiglie. Ma davvero, un bambino non dovrebbe fare quella vita. Nessuno dovrebbe. Ma i bambini men che meno.

    • Sara Chandana ha detto:

      Grazie per la tua profonda sensibilità, il mondo ha bisogno di persone così. Capisco quello che dici riguardo i bambini. Mi ero affezionata moltissimo ad una bambina in India, la chiamavo: “Bella bambina” e lei aveva imparato a dirlo in italiano. Poi ho saputo che era stata strappata dalla famiglia – integrata nel progetto – e messa in istituto. Non so cosa sia meglio, sono situazioni così delicate. Si rischia di sbagliare ad ogni mossa.

  4. Valentina ha detto:

    Grazie Sara per questo post, ammetto che non avevo mai letto nulla di simile e ho trovato il tema che hai trattato, seppur triste, interessante. Non sono mai stata in India, ma ho visitato vari Paesi in cui c’erano parecchi mendicanti … che tristezza! Ai bambini spesso non so resistere e cedo dando loro qualche monetina… davanti agli adulti, invece, soprattutto quando diventano insistenti, tiro dritto! Una volta, fuori da un supermercato, mi avverava fermata un mendicante. Non avendo monete, gli ho offerto qualche frutto e un panino con il prosciutto (appena comprati). Mi ha detto schifato che il mio cibo non lo voleva, che a lui occorrevano dei soldi, anche solo pochi euro… me ne sono andata subito lasciandolo a bocca asciutta!!

    Spesso mi rattristo, soprattutto perché rifletto sulla loro vita molto misera e credo proprio che nessuno debba vivere in simili condizioni 🙁

    • Sara Chandana ha detto:

      Grazie a te Valentina, per aver condiviso la tua esperienza. Che peccato quel signore non abbia accettato il tuo dono in cibo.
      Di solito capita che i ragazzi fuori dai supermercati qui nella mia città accettino il cibo. In altri casi è stato, però, rifiutato. Una volta ero, addirittura in un negozio biologico, dove vendono anche prodotti da forno molto buoni (focacce ecc) ed il ragazzo non ha voluto nulla perché preferiva i soldi. Lui però mi aveva chiesto denaro per comprare da mangiare!

  5. MARTINA BRESSAN ha detto:

    Una riflessione assolutamente doverosa, e molto importante. Spesso non ci pensiamo, e non riflettiamo sul fatto che quei bambini sono lì a chiedere elemosina perchè obbligati dalle famiglie.
    Quando ero in Cambogia, ad Angkor Wat mi ricordo che c’erano molti cartelli con scritto di non dare soldi ai bambini e di non comprare gli oggetti, i souvenir, che i bambini vendevano ai turisti perchè così facendo non si aiutano i bambini, anzi. Così facendo si tengono i bambini lontani dalle scuole, lontani dall’istruzione, e senza istruzione è difficile trovare un lavoro che garantisca una vita dignitosa. la proposta che tu fai di insegnare loro un lavoro è certamente qualcosa di molto bello, e utile.

    • Sara Chandana ha detto:

      Molto interessante quello che racconti riguardo i cartelli! Testimonianze come la tua sono molto importanti. Certo, i bambini devono stare bene, essere nutriti, andare a scuola. Quando ho fatto volontariato a Varanasi, in India, i bambini imparavano anche a leggere e scrivere. Mentre a Dharamsala insegnavamo ai bambini per gioco, alle mamme con l’idea che potesse essere un lavoro.

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