Dai nomadi del deserto nel Sahara

Il viaggio prosegue, gli amici del Marocco decidono di portarmi dai nomadi del deserto.

Lungo la strada per andare dai nomadi del deserto

Non so, esattamente, cosa aspettarmi perché è un’esperienza nuova, mi chiedo se non sia simile a quella che ho vissuto a Varanasi, qualche anno fa, con gli Intoccabili dell’India. I reietti della società indiana. Subito dopo la tappa dai musicisti gnawa a Khamlia, torniamo nella jeep per inoltrarci attraverso stradine sabbiose, interne, che probabilmente conoscono solo loro.

La vera Merzouga

Costeggiamo la vera Merzouga, quella che è stata fondata molto prima della destinazione turistica famosa in tutto il mondo. I ragazzi dicono che le persone sono andate via a causa della siccità. Adesso ci sono solo ruderi mangiati dalla sabbia e inondati dal sole lucente del Sahara. Ascoltiamo delle musiche bellissime, mentre il Marocco autentico si srotola fuori dal finestrino, in tutta la sua realtà. Ci fermiamo in uno spazio vastissimo per vedere da vicino i dromedari liberi dei nomadi. Vediamo anche scorrere delle auto da rally, sulla strada in lontananza.

Pizza berbera

Il terreno è composto da minuscoli pezzettini neri, sembrerebbe asfalto, ma è lava. Così mi dicono. Un giorno abbiamo anche fatto un pic nic, seduti su una coperta grezza, adagiata sulla lava. Mangiando la pizza berbera ripiena e per me avevano acquistato quella vegetariana, per loro con il grasso. Sono nelle mani di questi ragazzi, fin dall’inizio del viaggio mi è stato chiaro che non potevo determinare nulla, forze più grandi mi guidano, portano via dove non devo stare. Questi ragazzi potrebbero essere degli impostori, invece si rivelano degli angeli. Il Marocco mi ha mostrato che può mentire una persona che credi di conoscere da anni, mentre degli sconosciuti possono tenderti la mano. La vita è così, non ne sappiamo mai abbastanza, non dobbiamo dare nulla per scontato.

La vita è esperienza

Ha detto l’amico/fratello giovane tuareg, quando gli raccontavo le peripezie di viaggio, all’alba, guardando le dune più belle del deserto che, lentamente, si svegliava. Anche se la sensazione che ho avuto è che il deserto sia sempre sveglio.

Sara nel Sahara

A casa dei nomadi del deserto

La jeep si avvicina a quello che è un piccolo accampamento piazzato nel bel mezzo del niente. Di fronte a noi, vicina in linea d’aria, l’Algeria. Non li vediamo, ma sappiamo che ci sono militari da ambo le parti a sorvegliare i confini. Per un attimo rabbrividisco, mi viene la pelle d’oca. Da un lato la sensazione di trovarmi sperduta alla fine del Marocco, dove tutto è pace e i grandi spazi sembrano parlare di questo. Dall’altro non è così, se scoppiasse un conflitto questa zona sarebbe quella, forse, più a rischio di tutte. Meglio abbandonare questi pensieri paranoici e ritornare al momento presente.

L’accampamento nomade

Ci sono delle specie di tende, poche, ben distinte l’una dall’altra. Tutto è pulito, sabbia permettendo, intriso della sua dignità e grazia. Niente a che vedere con il mondo degli Intoccabili che ho toccato con mano in India, a Varanasi. Il Marocco è molto più soft, rispetto all’India, ma a volte può colpire con un’irruenza che non ti aspetti dietro occhioni grandi e dolci, sorrisi aperti.

Per non mostrare i volti

Ci sono tre piccoli amici, due bambini e una bimba. I ragazzi gli hanno portato della cioccolata.

Credevo di essere contraria a questo, che facesse parte del white saviour complex, il gesto di portare cioccolate e caramelle ai bambini poveri. Ma quello che mi fa riflettere è che, poche ore prima, ho saputo che alcuni ragazzi che ho conosciuto hanno un passato da nomadi. Hanno vissuto esattamente come questi bambini. Adesso guidano jeep di grosso calibro, delle agenzie, possiedono cellulari moderni, parlano diverse lingue, anche loro tornano dai bambini che sono stati, quelli che vivono come loro un tempo, portando un po’ di dolcezza e cura.

Parlare con loro è illuminante perché, tra un discorso e l’altro, traspare una saggezza antica, una bontà d’animo che commuove.

La tenda bella degli ospiti

Non si finisce mai d’imparare e probabilmente non ci sono regole fisse, meglio valutare di volta in volta, a seconda del contesto. Poi, riguardo i gesti, conta anche chi li fa e come.

Poche ore prima un nuovo amico aveva detto:

Non voglio nemmeno raccontarvi com’è dura la vita dei nomadi, non lo auguro a nessuno. Veramente troppo dura. Le giornate sono sempre tutte uguali e, a volte, capita di non lavarsi per due mesi. Non ci voglio nemmeno pensare.

Alcuni di questi ragazzi hanno lasciato la vita nomade e si sono inseriti nel contesto delle città e dei paesi, lavorano nel turismo, hanno a che fare con persone di tutto il mondo, parlano diverse lingue. Alcuni membri delle loro famiglie, invece, continuano a seguire la vita nomade, vivendo nelle capanne, in una dimensione che non potrò mai afferrare perché non la vivo. E anche se dormissi lì non potrei capire quali sono i dolori, e le gioie, di una vita così diversa dalla mia.

Da una piccola tenda, ben curata, spunta fuori una donna sorridente, come a dare il benvenuto. Poi sparisce nuovamente. Vengo accompagnata per l’accampamento, queste tende, costruite in parte in fango e in parte con rami e stoffe mangiate dalle intemperie, sono veramente essenziali. Dentro non c’è nulla. Chiedo dove siano tutti gli altri, mi rispondono che lavorano, magari al pascolo.

Visito una piccola cucina che mi ricorda, vagamente, i boma keniani che ho visto nelle storie di instagram di una donna sposata con un guerriero masai. La trovo così dignitosa, costruita a mano, vedo la cura, la maestria. C’è una pentola a bollire sul fuoco, quel luogo ha un’anima. Vengo accompagnata nella tenda degli ospiti, grande, meglio sistemata delle altre.

La cucina

Ci sediamo sui tappeti, guardo fuori i paesaggi aspri del Sahara. I bambini stanno sempre con noi, i ragazzi gli fanno vedere i cartoni animati sul cellulare. Sono incuriositi, apprezzano. Hanno i visini sporchi, i vestiti impolverati, i bei capelli corvini arruffati. Dopo un po’ compare la donna, sorridente. “Atay!” dice. Porge un vassoio d’acciaio con una teiera, bicchierini di tè, un piatto con wafer un po’ bagnati, forse alcune gocce di tè sono cadute. Uno dei ragazzi mi invita a prendere qualcosa, mordo un wafer. Per un attimo temo di prendermi qualcosa, poi mi sento in colpa. Questo è niente, non starò di certo male. Piuttosto è chiaro si tratti di una vita durissima.

Salotto

Alla fine il tè lo bevono i bambini. Mi chiedo da dove provenga quell’acqua del tè, quei semplici gesti di accoglienza saranno costati fatica per i nomadi del deserto. Infatti, non c’è un pozzo, l’acqua si prende al fiume, che non vedo, facendo delle spedizioni. Noto però le taniche piene, sotto il sole.

Saluti

Arriva il momento di andare, ancora qualche cioccolata ai bambini nomadi del deserto, l’ultimo sguardo generale a questa dimensione. Entriamo nella jeep e scompariamo nel deserto. In quei pochi giorni ho avuto la sensazione che il deserto possa risucchiare nel suo grembo. Piano piano tutto inizia a scomparire, sotto strati e veli di sabbia. Puoi tranquillamente restare lì e dimenticare tutto il resto, entrare in altri meccanismi. Quando ti prende non ti lascia più, ormai è chiaro. E nulla sarà come prima, perché non ci sono entrata da turista.

Saluto i nomadi del deserto

Grazie nomadi del deserto. Chokran Sahara, ci rivedremo presto!

Inchallah! Fazza Diu.

Sara

Anima vagabonda, amo aggirarmi nelle medine arabe, nei templi indiani, nei borghi salentini o deserti sperduti nel mondo a sentimento, collegata con la Terra e il Cuore. Mi trovi anche sul progetto Sahara View Tours.

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