Like a local?

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Credit Brian Kyed, Unsplash

Va di moda dire che si vuole viaggiare Like a local, ma cosa significa?

Mi chiedo, spesso, cosa significhi viaggiare like a local. O meglio, nella testa ho un’idea precisa, ma vedo che, spesso, questo termine viene abusato o utilizzato fuori contesto, soprattutto sui social, che ormai considero croce e delizia.
Nella mia visione, giusta o sbagliata che sia, di base questo ha a che fare con i viaggi lenti. Ci si affida al proprio istinto, al flow del viaggio, passatemi l’inglesismo, alle persone. C’è spazio per l’imprevisto, insomma. Ed è quell’imprevisto che, poi ti dona i momenti più belli o difficili che formano e ti permettono di tessere relazioni con la gente del luogo.

È chi viaggia a doversi inserirsi nel contesto, in punta di piedi. Sospendendo il giudizio. Diventando carta bianca. Fermandosi con le persone e non solo per il tempo di una foto da sbattere sui social. Andando a fare la spesa come loro, usando i mezzi pubblici, così via. Non è uno spostarsi, portando dietro tutto il proprio modo, ricreandolo all’arrivo, ma uno spogliarsi per aprirsi all’incontro: con noi stessi, con gli altri.

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Credit Arthur Franklin, Unsplash

Quando viaggio, preferisco frequentare i luoghi e locali turistici il meno possibile. Certo, ad un Taj Mahal ad Agra, in India, non rinuncio. Come ad un Bahia Palace a Marrakech, in Marocco (e infatti ci sono andata due volte) sia chiaro. Perché quella è storia, arte, cultura, religione. Ma poi amo gironzolare, andare nei locali che non sono solo ghetti bianchi (come li chiama un’amica) o europei all’estero (sia chiaro non ci vedo nulla di male, ciascuno fa quello che gli pare, ma poi è necessario essere onesti nel messaggio che si condivide e non far passare una cosa per un’altra), stare con le persone del paese ospitante e parlare con loro. Così ho conosciuto I. a Marrakech che, successivamente, mi ha portata a casa dei suoi, permettendomi di vivere delle esperienze indimenticabili, ma anche di conoscere stereotipi al contrario, nei confronti di noi occidentali e ridere insieme delle divisioni che gli esseri umani creano, per sentirsi speciali, per paura, per ignoranza, per.

Abbiamo preso taxi collettivi (condividi un pezzo di viaggio con altri e ammortizzi le spese) come facevo anche in India (dove oltre ai taxi collettivi ci sono anche i tuc tuc, come quello che guido per finta nella foto principale qui sul blog, ispirazione per il logo) mangiato in posticini che non avrei nemmeno notato. I. rimase inorridito quando, ad Essaouira, lo portai nei ristorantini local (secondo me) in cui avevo pranzato nel viaggio precedente con gli amici. Si rifiutò di mangiare lì e mi portò dal kebabbaro, insegnandomi che il vero kebab non è quello che abbiamo in Italia, che in Marocco chiamano in un altro modo, shawarma. E lì facevano tante cose buone, anche vegetariane e ci siamo tornati diverse volte, nell’arco di viaggi diversi.

In taxi da sei, in Marocco

Che ingenua sono stata! Ogni volta che sono ad Essaouira e passo vicino quella stradina mi viene da ridere. Tornando ai ristorantini local, ero cascata nella trappola, come altri turisti “alternativi”: per evitare i luoghi turistici e cercare il local a tutti i costi sono finita nelle bettole sporche ma poetiche. Dove la gente del luogo raramente va e il turista rischia l’intossicazione per poi tornare a casa e dire che quel paese è sporco. Sono cose che impari in viaggio, non te le insegna nessuno.

Adoro i taxi collettivi: ti fanno capire di stare un luogo in cui la comunità è importante. Impari a condividere uno spazio piccolo, che non è l’ascensore, con persone che non conosci e non vedrai mai più.
Vite che, per strane coincidenze, si intrecciano alcuni minuti, a volte ore, in quello spazio in movimento.
Non è un caso che nei due pezzi di mondo che mi hanno stregata in questi anni, India e Marocco, i taxi collettivi siano super utilizzati e anche con prezzi abbordabili a tutti.

Apparentemente lontani, geograficamente distanti, questi due paesi hanno per me così tanto in comune, eppure ciascuno conserva la sua aura antica, distinta.

Per concludere

In conclusione: è possibile viaggiare like a local? Ci sono tanti viaggi quanti sono i viaggiatori, sicuramente non bastano un giorno o due per vivere like a local, ma non potrebbe bastare nemmeno un mese se ci si sposta e basta, senza lasciarsi contaminare. Tutto è relativo.

A ciascuno la sua risposta, in base alla propria esperienza. Ne riparleremo.

Alla prossima puntata con DrinkFromLife!

Sara

Sara

Anima vagabonda, amo aggirarmi nelle medine arabe, nei templi indiani, nei borghi salentini o deserti sperduti nel mondo a sentimento, collegata con la Terra e il Cuore. Mi trovi anche sul progetto Sahara View Tours.

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